Garante privacy. Telemarketing selvaggio e confisca delle banche dati: disboschiamo l’Amazzonia con il tagliaunghie

 La notizia dell’avvenuta confisca, ordinata dal Garante per la protezione dei dati personali, delle banche dati di 4 società italiane (due toscane e due veronesi), che operavano illegalmente e la sanzione per complessivi un milione e 800 mila euro, è stata accolta da molti con grande favore.

La riteniamo, invece, solo una goccia in mezzo al mare, anche per la casualità che ha dato origine al procedimento. L’indagine della Guardia di Finanza è partita il 19 febbraio 2021 quando, all’epoca delle restrizioni Covid, due procacciatori d’affari, fermati per controlli ordinari, raccontarono di lavorare per una delle società sanzionate, che aveva contattato al telefono anche il comandante della guardia di finanza locale per promuovere un contratto di fornitura energetica. Da lì si scopre che il database di contatti era stato acquistato su Facebook, venduto da una impresa individuale italiana e da una società spagnola, in spregio delle norme sulla privacy.

E’ una goccia in mezzo al mare perchè ci vuole poco a comprare una nuova banca dati illegale che sostituisca quella confiscata, o a crearne una copia prima della confisca (fra il provvedimento e l’effettiva confisca son passati quasi due mesi).

E’ una goccia in mezzo al mare perchè le società che operano illegalmente sono moltissime. Il Garante Privacy, che riceve una media di 350 segnalazioni al giorno da parte di cittadini che subiscono telefonate di marketing pur essendosi iscritti nel registro delle opposizioni, svolge un lavoro egregio ma uomini e mezzi non sono assolutamente sufficienti, eppure il giro d’affari è enorme come il sottobosco di soggetti che opera con meccanismi di scatole cinesi e ramificazioni. Quante più sono le società che intervengono con appalti e subappalti, tanto più faticoso sarà per chi indaga ricostruire rapporti e responsabilità.

Tutti questi rapporti fra “pesci piccoli” poi si convertono, ovviamente, in contratti per i pesci grandi, ossia le società contraenti. Nel caso della confisca avvenuta ieri, Enel Energia e Hera Comm, beneficiari ultimi dell’attività illegittima operata dai soggetti sanzionati.
Quali soluzioni possibili?

Il Garante Privacy punta molto su un codice di condotta approvato a marzo fra associazioni di committenti, call center, teleseller e list provider che prevede – nei contratti stipulati dall’operatore con l’affidatario del servizio – l’applicazione di una penale o la mancata provvigione per ogni vendita realizzata a seguito di contatto promozionale senza consenso.

Per carità, tutti gli accordi fra gentiluomini sono benvenuti, ma i firmatari dell’accordo fra gentiluomini saranno molto probabilmente quei soggetti che rispettano già le norme, a prescindere da codici di condotta. L’entusiasmo del Garante per questo strumento dà il polso della gravità della situazione. Tanto più che il codice non è ancora operativo, perchè deve essere istituito un apposito organismo di monitoraggio, ancora in fase di accreditamento (l’ennesimo carrozzone), e sarà pienamente operativo dopo sei mesi dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale.

A nostro avviso per assicurare il rispetto della normativa privacy “dal contatto al contratto” occorre tagliare la testa (il contatto, cioè l’utenza stessa) e la coda (il contratto stipulato, alla fine, con il committente). Sono i committenti a dover rispondere economicamente delle violazioni del registro delle
opposizioni che hanno prodotto, per loro, contratti. E sono i consumatori, iscritti nel registro, che possono stroncare questi enormi giri d’affari non sottoscrivendo contratti telefonici, non accettando appuntamenti di persona fissati in queste telefonate e continuando, comunque a segnalare online al Garante le singole violazioni.
Solo rendendolo economicamente inutile si può stroncare il fenomeno del telemarketing selvaggio.

Altrimenti ci affanniamo a disboscare l’Amazzonia con il tagliaunghie.

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